Udienza Generale di Papa Francesco del 14 settembre 2016 – “Quanto è brutto per la Chiesa quando i pastori diventano principi”

Papa Francesco nella catechesi dell’Udienza Generale di oggi, 14 settembre 2016, si è soffermato sul passo del Vangelo di Matteo nel quale Gesù invita tutti coloro che si sentono stanchi e oppressi a ricevere ristoro e sollievo da Lui. L’invito – come ha sottolineato il Papa – è in forma imperativa: «venite a me», «prendete il mio giogo» e «imparate da me». Andare da Gesù significa intraprendere un cammino di conversione, mettendosi alla sua sequela e scoprendo l’infinita misericordia del Signore. Prendere il Suo giogo – ha continuato il Papa – significa scoprire la volontà di Dio mediante Gesù, non mediante leggi e fredde prescrizioni. Ricevendo il “giogo di Gesù” – ha aggiunto Papa Francesco – ogni discepolo entra in comunione con Lui ed è reso partecipe del mistero della sua croce e del suo destino di salvezza. Il terzo imperativo è: “Imparate da me”. Ai suoi discepoli Gesù prospetta un cammino di conoscenza e di imitazione. Gesù si è fatto tutto a tutti, era un pastore fra la gente, fra i poveri, non era un principe; quanto è brutto per la Chiesa – ha sottolineato il Santo Padre – quando i pastori diventano principi, lontano dalla gente, dai più poveri. Quante volte – ha concluso il Papa – la nostra stanchezza è causata dall’aver posto fiducia in cose che non sono l’essenziale, perché ci siamo allontanati da ciò che vale realmente nella vita. Il Signore ci insegna a non avere paura di seguirlo, perché la speranza che poniamo in Lui non sarà delusa.

Queste le parole di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Durante questo Giubileo abbiamo riflettuto più volte sul fatto che Gesù si esprime con una tenerezza unica, segno della presenza e della bontà di Dio. Oggi ci soffermiamo su un passo commovente del Vangelo (cfr Mt 11,28-30), nel quale Gesù dice, lo abbiamo sentito: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (vv. 28-29).

L’invito del Signore è sorprendente: chiama a seguirlo persone semplici e gravate da una vita difficile, persone che hanno tanti bisogni e gli promette che in Lui troveranno riposo e sollievo. L’invito è rivolto in forma imperativa: «venite a me», «prendete il mio giogo» e «imparate da me». Magari tutti i leader del mondo potessero dire questo! Cerchiamo di cogliere il significato di queste espressioni: il primo imperativo è «Venite a me».

Rivolgendosi a coloro che sono stanchi e oppressi, Gesù si presenta come il Servo del Signore descritto nel libro del profeta Isaia e così dice il passo di Isaia: «Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato» (50,4). A questi sfiduciati della vita, il Vangelo affianca spesso anche i poveri (cfr Mt 11,5) e i piccoli (cfr Mt 18,6). Si tratta di quanti non possono contare su mezzi propri, né su amicizie importanti.

Essi possono solo confidare in Dio. Consapevoli della propria umile e misera condizione, sanno di dipendere dalla misericordia del Signore, attendendo da Lui l’unico aiuto possibile. Nell’invito di Gesù trovano finalmente risposta alla loro attesa: diventando suoi discepoli ricevono la promessa di trovare ristoro per tutta la vita. Una promessa che al termine del Vangelo viene estesa a tutte le genti: «Andate dunque – dice Gesù agli Apostoli – e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Accogliendo l’invito a celebrare questo anno di grazia del Giubileo, in tutto il mondo i pellegrini varcano la Porta della Misericordia aperta nelle cattedrali e nei santuari, in tante chiese del mondo, negli ospedali nelle carceri, tutto questo per trovare Gesù, la sua amicizia, il ristoro che solo Gesù sa dare. Questo cammino esprime la conversione di ogni discepolo che si pone alla sequela di Gesù. E la conversione consiste sempre nello scoprire la misericordia del Signore, infinita e inesauribile, è grande la Misericordia del Signore. Attraversando la Porta Santa, quindi, professiamo «che l’amore è presente nel mondo e che questo amore è più potente di ogni genere di male, in cui l’uomo, l’umanità, il mondo sono coinvolti» (GIOVANNI PAOLO II, Enc. Dives in misericordia, 7).

Il secondo imperativo dice: “Prendete il mio giogo”. Nel contesto dell’Alleanza, la tradizione biblica utilizza l’immagine del giogo per indicare lo stretto vincolo che lega il popolo a Dio e, di conseguenza, la sottomissione alla sua volontà espressa nella Legge. In polemica con gli scribi e i farisei, Gesù pone sui suoi discepoli il suo giogo, nel quale la Legge trova il suo compimento. Vuole insegnare loro che scopriranno la volontà di Dio mediante la sua persona, mediante Gesù, non mediante leggi e prescrizioni fredde che Gesù stesso condanna – possiamo leggere il capitolo 23esimo di Matteo. Lui sta al centro della loro relazione con Dio, è nel cuore delle relazioni fra i discepoli e si pone come fulcro della vita di ciascuno. Ricevendo il “giogo di Gesù” ogni discepolo entra così in comunione con Lui ed è reso partecipe del mistero della sua croce e del suo destino di salvezza.

Ne consegue il terzo imperativo: “Imparate da me”. Ai suoi discepoli Gesù prospetta un cammino di conoscenza e di imitazione. Gesù non è un maestro che con severità impone ad altri dei pesi che lui non porta, questa è l’accusa che lui faceva ai dottori della legge. Egli si rivolge agli umili e ai piccoli, ai poveri, ai bisognosi, perché Lui stesso si è fatto piccolo e umile. Comprende i poveri e i sofferenti perché Lui stesso è povero e provato dai dolori. Per salvare l’umanità Gesù non ha percorso una strada facile; al contrario, il suo cammino è stato doloroso e difficile. Come ricorda la Lettera ai Filippesi: «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (2,8). Il giogo che i poveri e gli oppressi portano è lo stesso giogo che Lui ha portato prima di loro: per questo è un giogo leggero. Egli si è caricato sulle spalle i dolori e i peccati dell’intera umanità. Per il discepolo, dunque, ricevere il giogo di Gesù significa ricevere la sua rivelazione e accoglierla: in Lui la misericordia di Dio si è fatta carico delle povertà degli uomini, donando così a tutti la possibilità della salvezza. Ma perché Gesù è capace di dire queste cose? Perché Lui si è fatto tutto a tutti, vicino a tutti, ai più poveri, era un pastore che era fra la gente, fra i poveri, lavorava tutto il giorno con loro, Gesù non era un principe; è brutto per la Chiesa quando i pastori diventano principi, lontano dalla gente, dai più poveri. Quello non è lo spirito di Gesù, questi pastori Gesù rimproverava e diceva “fate quello che loro dicono ma non quello che loro fanno!”

Cari fratelli e sorelle, anche per noi ci sono momenti di stanchezza e di delusione. Allora ricordiamoci queste parole del Signore, che ci danno tanta consolazione e ci fanno capire se stiamo mettendo le nostre forze al servizio del bene. Infatti, a volte la nostra stanchezza è causata dall’aver posto fiducia in cose che non sono l’essenziale, perché ci siamo allontanati da ciò che vale realmente nella vita. Il Signore ci insegna a non avere paura di seguirlo, perché la speranza che poniamo in Lui non sarà delusa. Siamo chiamati quindi a imparare da Lui cosa significa vivere di misericordia per essere strumenti di misericordia. Vivere di misericordia per essere strumenti di misericordia, vivere di misericordia vuol dire essere bisognosi di Gesù e impariamo quindi a essere misericordiosi con gli altri. Tenere fisso lo sguardo sul Figlio di Dio ci fa capire quanta strada dobbiamo ancora fare; ma al tempo stesso ci infonde la gioia di sapere che stiamo camminando con Lui e non siamo mai soli. Coraggio, dunque, coraggio! Non lasciamoci togliere la gioia di essere discepoli del Signore. “Ma padre io sono un peccatore”, lasciati andare in Gesù, senti su di te la sua misericordia e il tuo cuore sarà colmato di gioia e perdono. Non lasciamoci rubare la speranza di vivere questa vita insieme con Lui e con la forza della sua consolazione. Grazie!

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