Udienza Generale di Papa Francesco dell’11 maggio 2016 – “Nessuno può toglierci la dignità di figli di Dio, neppure il diavolo!”

La parabola del Padre misericordioso è stata al centro della catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale di oggi, 11 maggio 2016 in piazza San Pietro. Di questo passo del Vangelo, uno dei più famosi e commentati, il Santo Padre ha sottolineato una cosa che dobbiamo sempre tenere in mente: non smetteremo mai di essere figlio di Dio, qualunque sia il momento che stiamo attraversando, anche nella situazione più brutta della nostra vita. Abbiamo sempre un Padre che ci ama e attende il nostro ritorno per abbracciarci. I due fratelli della parabola seguivano una logica estranea a Gesù: il figlio maggiore si aspettava una ricompensa per i suoi servizi, mentre il minore una punizione per i propri peccati. Questa logica viene sovvertita dalle parole del padre, che restituisce il figlio minore a suo fratello; la gioia più grande per il padre – ha detto Papa Francesco – è vedere che i suoi figli si riconoscano fratelli, sta a loro decidere se unirsi alla gioia del padre o rifiutare. Il finale è sospeso, per essere di stimolo per tutti noi affinché possiamo aprire il nostro cuore, per essere misericordiosi come il Padre.

Queste le parole di Papa Francesco:

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi quest’udienza si sviluppa in due posti: siccome c’era pericolo di pioggia, gli ammalati sono nell’Aula Paolo VI e collegati con noi con il maxi schermo; due posti ma una sola udienza. Salutiamo gli ammalati che sono in Aula Paolo VI.

Vogliamo riflettere oggi sulla parabola del Padre misericordioso. Essa parla di un padre e dei suoi due figli, e ci fa conoscere la misericordia infinita di Dio.

Partiamo dalla fine, cioè dalla gioia del cuore del Padre, che dice: «Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (vv. 23-24). Con queste parole il padre ha interrotto il figlio minore nel momento in cui stava confessando la sua colpa: «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio…» (v. 19). Ma questa espressione è insopportabile per il cuore del padre, che invece si affretta a restituire al figlio i segni della sua dignità: il vestito bello, l’anello, i calzari. Gesù non descrive un padre offeso e risentito; padre che dice per esempio al figlio: me la pagherai, no! … al contrario, l’unica cosa che il padre ha a cuore è che questo figlio sia davanti a lui sano e salvo. E questo lo fa felice e fa festa. L’accoglienza del figlio che ritorna è descritta in modo commovente: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (v. 20). Quanta tenerezza. Lo vide da lontano, cosa significa questo? Che il padre saliva sul terrazzo continuamente per … se il figlio tornava, lo aspettava; quel figlio che aveva combinato di tutto, ma il padre lo aspettava; che cosa bella la tenerezza del padre. La misericordia del padre è traboccante, incondizionata, e si manifesta ancor prima che il figlio parli. Certo, il figlio sa di avere sbagliato e lo riconosce: «Ho peccato … trattami come uno dei tuoi salariati» (v. 19). Ma queste parole si dissolvono davanti al perdono del padre. L’abbraccio e il bacio di suo papà gli fanno capire che è stato sempre considerato figlio, nonostante tutto. È figlio! E’ importante questo insegnamento di Gesù: la nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre; non dipende dai nostri meriti o dalle nostre azioni, e quindi nessuno può togliercela. Nessuno può togliercela, neppure il diavolo! Nessuno può toglierci questa dignità!

Questa parola di Gesù ci incoraggia a non disperare mai. Penso alle mamme e ai papà in apprensione quando vedono i figli allontanarsi imboccando strade pericolose. Penso ai parroci e catechisti che a volte si domandano se il loro lavoro è stato vano. Ma penso anche a chi si trova in carcere, e gli sembra che la sua vita sia finita; a quanti hanno compiuto scelte sbagliate e non riescono a guardare al futuro; a tutti coloro che hanno fame di misericordia e di perdono e credono di non meritarlo. In qualunque situazione della vita, non devo dimenticare che non smetterò mai di essere figlio di Dio, essere figlio di un Padre che mi ama e attende il mio ritorno. Anche nella situazione più brutta della  vita, Dio mi attende, Dio vuole abbracciarmi, Dio mi aspetta.

Nella parabola c’è un altro figlio, il maggiore; anche lui ha bisogno di scoprire la misericordia del padre. Lui è sempre rimasto a casa, ma è così diverso dal padre! Le sue parole mancano di tenerezza: «Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando… ma ora che è tornato questo tuo figlio…» (vv. 29-30). Non dice mai “padre”, “fratello”. Si vanta di essere rimasto sempre accanto al padre e di averlo servito; eppure non ha mai vissuto con gioia questa vicinanza. E adesso accusa il padre di non avergli mai dato un capretto per fare festa. Povero padre! Un figlio se n’era andato, e l’altro non gli è mai stato davvero vicino! La sofferenza del padre è come la sofferenza di Dio, la sofferenza di Gesù, quando noi ci allontaniamo, o perché andiamo lontano o perché siamo vicini senza esserlo veramente.

Il figlio maggiore, anche lui ha bisogno di misericordia e i giusti, quelli che si credono giusti, hanno bisogno di misericordia. Questo figlio rappresenta noi quando ci domandiamo se valga la pena faticare tanto se poi non riceviamo nulla in cambio. Gesù ci ricorda che nella casa del Padre non si rimane per avere un compenso, ma perché si ha la dignità di figli corresponsabili. Non si tratta di “barattare” con Dio, ma di stare alla sequela di Gesù che ha donato sé stesso sulla croce e questo senza misura.

«Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi» (v. 31). Così dice il Padre al figlio maggiore. La sua logica è quella della misericordia! Il figlio minore pensava di meritare un castigo a causa dei propri peccati, il figlio maggiore si aspettava una ricompensa per i suoi servizi. I due fratelli non parlano fra di loro, vivono storie differenti, ma ragionano entrambi secondo una logica estranea a Gesù: se fai bene ricevi un premio, se fai male vieni punito. Questa non è la logica di Gesù! Questa logica viene sovvertita dalle parole del padre: «Bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 31).  Il padre ha recuperato il figlio perduto, e ora può anche restituirlo a suo fratello! Senza il minore, anche il figlio maggiore smette di essere un “fratello”. La gioia più grande per il padre è vedere che i suoi figli si riconoscano fratelli.

I figli possono decidere se unirsi alla gioia del padre o rifiutare. Devono interrogarsi sui propri desideri e sulla visione che hanno della vita. La parabola termina lasciando il finale sospeso: non sappiamo cosa abbia deciso di fare il figlio maggiore. E questo è uno stimolo per noi. Questo Vangelo ci insegna che tutti abbiamo bisogno di entrare nella casa del Padre e partecipare alla sua gioia, alla festa della misericordia e della fraternità. Fratelli e sorelle, apriamo il nostro cuore, per essere “misericordiosi come il Padre”!

Grazie

Queste le parole più utilizzate da Papa Francesco nella catechesi:

parole papa Francesco

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