Omelia di Papa Francesco nella Messa con i sacerdoti e i religiosi nello Stadio “Venustiano Carranza” di Morelia – “A pregare si impara, come nella vita”

L’omelia di Papa Francesco nella Messa celebrata oggi 16 febbraio 2016 nello Stadio “Venustiano Carranza” a Morelia, in Messico, è stata incentrata sulla preghiera e sulla forza, in particolare, della preghiera che ci ha insegnato Gesù: il Padre Nostro. Abbiamo imparato a chiamare padre, papà, abbà il nostro Signore e al nostro Padre chiediamo di non cadere in tentazione; ma qual è la tentazione più grande che può colpire un sacerdote o un consacrato? La rassegnazione – ha detto il Papa – quella rassegnazione che paralizza e impedisce al consacrato di annunciare, lodare, progettare, rischiare e di trasformare le cose. E in questi momenti – ha suggerito il Papa – è necessario fare appello alla memoria, recuperando la storia del percorso fatto, con lo sguardo fisso su Cristo crocifisso.

Queste le parole di Papa Francesco:

C’è un detto che dice così: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi”; perché, mostrandomi come preghi, imparerò a scoprire il Dio vivente, e mostrandomi come vivi, imparerò a credere nel Dio che preghi, perché la nostra vita parla della preghiera e la preghiera parla della nostra vita; perché la nostra vita parla nella preghiera e la preghiera parla nella nostra vita. A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare. La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera.

Ai seminaristi quando entrano in seminario molte volte mi chiedevano: Padre, però io volevo avere una preghiera più profonda, più mentale. Guarda, continua a pregare come ti hanno insegnato a casa tua e poi a poco a poco la tua preghiera crescerà come è cresciuta la tua vita. A pregare si impara, come nella vita.

Gesù ha voluto introdurre i suoi nel mistero della Vita, nel mistero della Sua vita. Mostrò loro mangiando, dormendo, sanando, predicando, pregando che cosa significa essere Figlio di Dio. Li invitò a condividere la sua vita, la sua intimità e, mentre stavano con Lui, fece loro toccare nella sua carne la vita del Padre. Fa loro sperimentare nel suo sguardo, nel suo camminare, la forza, la novità di dire: “Padre nostro”. In Gesù questa espressione non ha il “retrogusto” della routine o della ripetizione. Al contrario ha il sapore della vita, dell’esperienza dell’autenticità. Egli ha saputo vivere pregando e pregare vivendo, dicendo: Padre nostro.

E ci ha invitato a fare lo stesso. La nostra prima chiamata è quella a fare esperienza di questo amore misericordioso del Padre nella nostra vita, nella nostra storia. La sua prima chiamata è a introdurci in questa nuova dinamica dell’amore, della filiazione. La nostra prima chiamata è quella ad imparare a dire “Padre nostro”, come Paolo insiste, a dire “Abbà”.

“Guai a me se non evangelizzassi!”, dice Paolo, guai a me! Perché evangelizzare – prosegue – non è una gloria ma una necessità (1 Cor 9,16).

Ci ha invitato a partecipare alla Sua vita, alla vita divina: guai a noi – noi consacrati, sacerdoti, seminaristi, vescovi – guai a noi se non la condividiamo, guai a noi se non siamo testimoni di quello che abbiamo visto e udito, guai a noi. Non vogliamo essere funzionari del divino, non siamo né vogliamo mai essere impiegati di Dio, perché siamo invitati a partecipare alla sua vita, siamo invitati a introdurci nel suo cuore, un cuore che prega e vive dicendo: Padre nostro. Cos’è la missione se non dire con la nostra vita, dall’inizio fino alla fine, come il nostro fratello vescovo che è morto ieri sera: Padre nostro?

A questo Padre nostro noi ci rivolgiamo tutti i giorni pregando con insistenza: non lasciarci cadere in tentazione. Gesù stesso lo fece. Egli pregò perché i suoi discepoli – di ieri e di oggi – non cadessimo in tentazione. Quale può essere una delle tentazioni che ci potrebbe assalire? Quale può essere una delle tentazioni che sorge non solo dal contemplare la realtà ma nel viverla? Che tentazione ci può venire da ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione, dal traffico di droghe, dal disprezzo per la dignità della persona, dall’indifferenza davanti alla sofferenza e alla precarietà? Che tentazione potremmo avere sempre nuovamente, noi chiamati alla vita consacrata al presbiterato all’episcopato, che tentazione potremmo avere di fronte a questa realtà che sembra essere diventata un sistema inamovibile?

Credo che potremmo riassumerla con una sola parola: rassegnazione. Di fronte a questa realtà ci può vincere una delle armi preferite del demonio: la rassegnazione. “Che cosa posso fare, la vita è così”. Una rassegnazione che ci paralizza e ci impedisce non solo di camminare, ma anche di fare la strada; una rassegnazione che non soltanto ci spaventa, ma che ci trincera nelle nostre “sacrestie” e apparenti sicurezze; una rassegnazione che non soltanto ci impedisce di annunciare, ma che ci impedisce di lodare, ci toglie la gioia, il godimento della lode. Una rassegnazione che non solo ci impedisce di progettare, ma che ci impedisce di rischiare e di trasformare le cose.

Per questo, Padre Nostro, non lasciarci cadere nella tentazione.

Che bene ci fa fare appello nei momenti di tentazione alla nostra memoria! Quanto ci aiuta osservare il “legno” con cui siamo stati fatti. Non tutto ha avuto inizio con noi e non tutto terminerà con noi; per questo, quanto bene ci fa recuperare la storia che ci ha portato fin qui.

E in questo fare memoria non possiamo tralasciare qualcuno che amò tanto questo luogo da farsi figlio di questa terra. Qualcuno che seppe dire di sé stesso: “Mi strapparono dalla magistratura e mi posero alla pienezza del sacerdozio per merito dei miei peccati. Me, inutile e interamente inabile per l’esecuzione di una tanto grande impresa; me, che non sapevo remare, elessero primo Vescovo di Michoacán” (Vasco Vásquez de Quiroga, Carta pastoral, 1554). Ringrazio il signor cardinale arcivescovo perché ha voluto che si celebrasse questa Eucaristia con il calice di quest’uomo.

Con voi desidero fare memoria di questo evangelizzatore, conosciuto anche come “Tata Vasco”, come “lo spagnolo che si fece indio”.

La realtà vissuta dagli indios Purhépechas descritta da lui come “venduti, vessati e vagabondi per i mercati a raccogliere i rifiuti gettati a terra”, lungi dal condurlo alla tentazione dell’accidia e della rassegnazione, mosse la sua fede, mosse la sua vita, mosse la sua compassione e lo stimolò a realizzare diverse iniziative che fossero di “respiro” di fronte a tale realtà tanto paralizzante e ingiusta. Il dolore della sofferenza dei suoi fratelli divenne preghiera e la preghiera si fece risposta concreta. Questo gli guadagnò tra gli indios il nome di “Tata Vasco”, che in lingua purépechas significa: papà.

Padre, papà, abbà…

Questa è la preghiera, questa l’espressione alla quale Gesù ci ha invitati. Padre, papà, abbà, non lasciarci cadere nella tentazione della rassegnazione, non lasciarci cadere nella tentazione della perdita della memoria, non lasciarci cadere nella tentazione di dimenticarci dei nostri predecessori che ci hanno insegnato con la loro vita a dire: Padre Nostro.

 

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