“Permesso, grazie e scusa sono le parole per entrare nell’amore della famiglia perché la famiglia rimanga nell’amore” Udienza Generale di Papa Francesco del 13 maggio 2015

Papa Francesco nell’Udienza Generale di oggi, 13 maggio 2015, ha continuato le sue catechesi sulla famiglia riprendendo tre “mattoncini” che sono alla base di ogni rapporto matrimoniale: le parole permesso, grazie, scusa. È su queste semplici parole che difficilmente trovano applicazione nella vita quotidiana che andrebbe costruita e custodita la casa comune di una famiglia. Attenzione però ad associarle ad un formalismo vuoto, di buone maniere, fine a se stesso: se vissute correttamente, esse rappresentano uno stile di buoni rapporti radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro. Come ha detto il Santo Padre: “La famiglia vive di questa finezza del voler bene”.

Questo è il filmato integrale dell’Udienza, la catechesi del Santo Padre inizia al minuto 32.50:

Queste le parole di Papa Francesco:

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è come la porta d’ingresso di una serie di riflessioni sulla vita della famiglia, la sua vita reale, con i suoi tempi e i suoi avvenimenti. Su questa porta d’ingresso sono scritte tre parole, che ho già utilizzato in piazza diverse volte e queste parole sono: “permesso?”, “grazie”, “scusa”. Infatti queste parole aprono la strada per vivere bene nella famiglia, per vivere in pace. Sono parole semplici, ma non così semplici da mettere in pratica! Racchiudono una grande forza: la forza di custodire la casa, anche attraverso mille difficoltà e prove; invece la loro mancanza, a poco a poco apre delle crepe che possono farla persino crollare.

Noi le intendiamo normalmente come le parole della “buona educazione”. Va bene, una persona ben educata chiede permesso, dice grazie o si scusa se sbaglia. Ma la buona educazione è molto importante. Un grande vescovo, san Francesco di Sales, soleva dire che “la buona educazione è già mezza santità”. Però, attenzione, nella storia abbiamo conosciuto anche un formalismo delle buone maniere che può diventare maschera che nasconde l’aridità dell’animo e il disinteresse per l’altro. Si suole dire: “Dietro tante buone maniere si nascondono cattive abitudini”. Nemmeno la religione è al riparo da questo rischio, che fa scivolare l’osservanza formale nella mondanità spirituale. Il diavolo che tenta Gesù sfoggia buone maniere, è proprio un signore, un cavaliere e cita le Sacre Scritture, sembra un teologo. Il suo stile appare corretto, ma il suo intento è quello di sviare dalla verità dell’amore di Dio. Noi invece intendiamo la buona educazione nei suoi termini autentici, dove lo stile dei buoni rapporti è saldamente radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro. La famiglia vive di questa finezza del voler bene.

Vediamo, la prima parola è “permesso?”. Quando ci preoccupiamo di chiedere gentilmente anche quello che magari pensiamo di poter pretendere, noi poniamo un vero presidio per lo spirito della convivenza matrimoniale e famigliare. Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. La confidenza, insomma, non autorizza a dare tutto per scontato. E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore. A questo proposito ricordiamo quella parola di Gesù nel libro dell’Apocalisse che abbiamo sentito: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Anche il Signore chiede il permesso per entrare! Non dimentichiamolo. Prima di fare una cosa in famiglia dire. Permesso? Posso farlo? Ti piace che io faccia così? Quel linguaggio educato ma pieno d’amore e questo fa tanto bene alle famiglie.

La seconda parola è “grazie”. Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo dire tante volte anche pubblicamente. La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe di qui. Se la vita famigliare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Sentite bene: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. È brutto questo! Ricordiamo la domanda di Gesù, quando guarì dieci lebbrosi e solo uno di loro tornò a ringraziare. Una volta ho sentito una persona anziana molto saggia, molto buona, semplice ma con quella saggezza della pietà della vita: ‘la gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra di anime nobili. Quella nobiltà dell’anima, quella grazia di Dio nell’anima, ci spinge a dire grazie! La gratitudine è il fior di un’anima nobile. È una bella cosa questa!

La terza parola è “scusa”. Parola difficile, certo, eppure così necessaria. Quando manca, piccole crepe si allargano – anche senza volerlo – fino a diventare fossati profondi. Non per nulla nella preghiera insegnata da Gesù, il “Padre nostro”, che riassume tutte le domande essenziali per la nostra vita, troviamo questa espressione: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Riconoscere di aver mancato, ed essere desiderosi di restituire ciò che si è tolto – rispetto, sincerità, amore – rende degni del perdono. E così si ferma l’infezione. Se non siamo capaci di scusarci, vuol dire che neppure siamo capaci di perdonare. Nella casa dove non ci si chiede scusa incomincia a mancare l’aria, le acque diventano stagnanti. Tante ferite degli affetti, tante lacerazioni nelle famiglie incominciano con la perdita di questa parola preziosa: “Scusami”. Nella vita matrimoniale si litiga tante volte, anche “volano i piatti”, ma vi do un consiglio: mai finire la giornata senza fare la pace. Sentite bene: avete litigato? Moglie e marito, figli con i genitori? Avete litigato forte? Non sta bene, ma non è un problema, il problema è che questo sentimento si porti fino al giorno dopo, per questo, se avete litigato, mai finire la giornata senza fare la pace in famiglia, e come devo fare la pace? Mettermi in ginocchio? No, soltanto un piccolo gesto, e l’armonia famigliare torna; una carezza basta, senza parole. Ma mai finire la giornata in famiglia senza fare la pace. Capito questo? Non è facile ma si deve fare e con questo la vita sarà più bella..

Queste tre parole-chiave della famiglia sono parole semplici, e forse in un primo momento ci fanno sorridere. Ma quando le dimentichiamo, non c’è più niente da ridere, vero? La nostra educazione, forse, le trascura troppo. Il Signore ci aiuti a rimetterle al giusto posto, nel nostro cuore, nella nostra casa, e anche nella nostra convivenza civile.

E adesso vi invito a ripetere tutti insieme queste tre parole: permesso grazie, scusa. Sono le parole per entrare nell’amore della famiglia perché la famiglia rimanga bene e poi a ripetere quel consiglio che vi ho dato, tutti insieme : “mai finire la giornata senza fare la pace”.

Grazie

Queste le parole più usate da Papa Francesco nella catechesi:

parole papa Francesco

 

Papa Francesco

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