“Abbandonare gli anziani è peccato mortale!”. Udienza Generale di Papa Francesco del 4 marzo 2015

Papa Francesco ha tenuto la sua catechesi nell’Udienza Generale di oggi, 4 marzo 2015, sulla figura dei nonni e più in generale sugli anziani, continuando le sue riflessioni sulla famiglia. È questo un argomento che tocca particolarmente il Santo Padre, che ha definito apertamente peccato mortale l’abbandono degli anziani. Siamo abituati a vedere gli anziani scartati, siamo assuefatti da questo comportamento comune, siamo portati anche noi a non accettare i limiti imposti dall’età alle persone che ci sono accanto. Sopportiamo a fatica il loro agire condizionato dagli anni e in molti casi dalla malattia. Ma gli anziani sono la riserva sapienzale del nostro popolo, ha sottolineato il Santo Padre. “Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada – ha aggiunto il Papa – e “una comunità cristiana in cui prossimità e gratuità non fossero più considerate indispensabili, perderebbe con esse la sua anima. Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro per i giovani”.

Questo è il filmato integrale dell’Udienza. La catechesi del Santo Padre inizia al minuto 24:07

Queste le parole di Papa Francesco:

Cari fratelli e sorelle,

buongiorno

la catechesi di oggi e quella di mercoledì prossimo sono dedicate agli anziani, che, nell’ambito della famiglia, sono i nonni o gli zii. Oggi riflettiamo sulla problematica condizione attuale degli anziani, e la prossima volta, cioè il prossimo mercoledì, più in positivo, sulla vocazione contenuta in questa età della vita.

Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata ma la società non si è “allargata” alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia da tenere lontana; quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo malati, se siamo soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani. E gli anziani sono una ricchezza, non si possono ignorare.

Benedetto XVI, visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche, diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune» (12 novembre 2012). E’ vero, l’attenzione agli anziani fa la differenza di una civiltà. In una civiltà c’attenzione all’anziano? C’è posto per l’anziano? Allora questa civiltà andrà avanti, perché sa rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà non c’è posto per gli anziani? Sono scartati perché creano problemi? Questa società porta con sé il virus della morte: così dichiaro.

In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una zavorra. Non solo non producono, pensa, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato del pensare così? Vanno scartati. È brutto vedere gli anziani scartati, è cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Noi siamo abituati a scartare gente. Vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità; ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati.

Già nel mio ministero a Buenos Aires ho toccato con mano questa realtà con i suoi problemi: «Gli anziani sono abbandonati, e non solo nella preca­rietà materiale. Sono abbandonati nella egoistica incapaci­tà di accettare i loro limiti che riflettono i nostri limiti, nelle numerose difficoltà che oggi debbono superare per soprav­vivere in una civiltà che non permette loro di partecipare, di dire la propria, né di essere referenti secondo il modello consumistico del “soltanto i giovani possono essere utili e possono godere”. Questi anziani dovrebbero invece esse­re, per tutta la società, la riserva sapienziale del nostro po­polo – gli anziani sono la riserva sapienzale del nostro popolo – Con quanta facilità si mette a dormire la coscienza quando non c’è amore!» (Solo l’amore ci può salvare, Città del Vaticano 2013, p. 83). E così succede. Io ricordo quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: come sta? E i suoi figli? Quanti ne ha? Tanti. E vengono a visitarla? Sì, sì, sempre. Vengono, vengono. E quando sono venuti l’ultima volta? Ricordo un’anziana specialmente, che disse: per Natale. Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitata dai figli, otto mesi abbandonata: questo si chiama peccato mortale! Capito?

Una volta da bambino la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare bene il cucchiaio alla bocca e il figlio, ossia il capo famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto n tavolino in cucino dove non si vedeva perché mangiasse da solo; così non faceva una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno, il martello e i chiodi. Gli disse: cosa fai? Faccio un tavolo papà. Un tavolo, e perché? Per averlo quando tu diventi anziano, così tu mangi lì. I bambini hanno più coscienza di noi!

Nella tradizione della Chiesa vi è un bagaglio di sapienza che ha sempre sostenuto una cultura di vicinanza agli anziani, una disposizione all’accompagnamento affettuoso e solidale in questa parte finale della vita. Tale tradizione è radicata nella Sacra Scrittura, come attestano ad esempio queste espressioni del Libro del Siracide: «Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno» (Sir 8,9).

La Chiesa non può e non vuole conformarsi ad una mentalità di insofferenza, e tanto meno di indifferenza e di disprezzo, nei confronti della vecchiaia. Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, che facciano sentire l’anziano parte viva della sua comunità.

Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna. Sono uomini e donne dai quali abbiamo ricevuto molto. L’anziano non è un alieno. L’anziano siamo noi: fra poco, fra molto, inevitabilmente comunque, anche se non ci pensiamo. E se noi non impariamo a trattare bene gli anziani, così ci tratteranno a noi.

Fragili sono un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia. Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri. Faremo per questo un passo indietro? Li abbandoneremo al loro destino? Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare queste degenerazioni. Una comunità cristiana in cui prossimità e gratuità non fossero più considerate indispensabili, perderebbe con esse la sua anima. Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro per i giovani.

Queste le parole più usate dal Santo Padre nella catechesi:

Parole Papa Francesco

 

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