“Accoglienza, sobrietà, pazienza, mitezza, affidabilità, bontà di cuore: è questa la grammatica di base di ogni ministero!”. Udienza Generale di Papa Francesco del 12 novembre 2014

Papa Francesco nella catechesi dell’Udienza Generale di oggi, 12 novembre 2014 in piazza San Pietro, dopo aver parlato la scorsa settimana del ministero episcopale, ha sottolineato oggi le doti che gli stessi vescovi, i presbiteri e anche i diaconi devono possedere per svolgere pienamente il loro servizio. Oltre alla fede e alla cura della vita spirituale, essi devono possedere, ha detto il Santo Padre, le doti dell’accoglienza, sobrietà, pazienza, mitezza, affidabilità, bontà di cuore: questa, ha sottolineato il Papa, è “la grammatica di base di ogni ministero”. Un atteggiamento poi è importante coltivare: quello della consapevolezza di svolgere il servizio non per meriti propri ma per un dono d’amore elargito da Dio; e quindi è da evitare un atteggiamento autoritario: la comunità presso la quale viene svolto il servizio non è una proprietà personale. E questa consapevolezza aiuta anche il pastore, ha continuato Papa Francesco, a non cadere nella tentazione di porsi al centro di tutto.

Questo è il filmato integrale dell’Udienza Generale; la catechesi del Santo Padre inizia al minuto 17:46:

Queste le parole di Papa Francesco:

Cari fratelli e sorelle,

buongiorno,

abbiamo evidenziato nella catechesi precedente come il Signore continui a pascere il suo gregge attraverso il ministero dei vescovi, coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi. È in loro che Gesù si rende presente, nella potenza del suo Spirito, e continua a servire la Chiesa, alimentando in essa la fede, la speranza e la testimonianza della carità. Questi ministeri costituiscono, quindi, un dono grande del Signore per ogni comunità cristiana e per la Chiesa intera, in quanto sono un segno vivo della sua presenza e del suo amore.

Oggi vogliamo domandarci: che cosa viene richiesto a questi ministri della Chiesa, perché possano vivere in modo autentico e fecondo il proprio servizio?

Nelle Lettere pastorali inviate ai suoi discepoli Timoteo e Tito, l’apostolo Paolo si sofferma con cura sulla figura dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, anche sulla figura dei fedeli, degli anziani, dei giovani (si sofferma in una descrizione di ogni cristiano nella Chiesa) delineando, per i vescovi, presbiteri e diaconi, ciò a cui essi sono chiamati e le prerogative che devono essere riconosciute in coloro che vengono scelti e investiti di questi ministeri. Ora, è emblematico come, insieme alle doti inerenti la fede e la vita spirituale, che non possono essere trascurate, sono la stessa vita, vengano elencate alcune qualità squisitamente umane: l’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore. Ripeto: l’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore. E’ questo l’alfabeto, è questa la grammatica di base di ogni ministero! Deve essere la grammatica di base di ogni vescovo, di ogni prete e di ogni diacono. Sì, perché senza questa predisposizione bella e genuina a incontrare, a conoscere, a dialogare, ad apprezzare e a relazionarsi con i fratelli in modo rispettoso e sincero, non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosi e credibili.

C’è poi un atteggiamento di fondo che Paolo raccomanda ai suoi discepoli e, di conseguenza, a tutti coloro che vengono investiti del ministero pastorale, siano vescovi, presbiteri o diaconi. L’apostolo esorta a ravvivare continuamente il dono che è stato ricevuto (cfr 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6). Questo significa che deve essere sempre viva la consapevolezza che non si è vescovi, sacerdoti o diaconi perché si è più intelligenti, più bravi e migliori degli altri, ma solo in forza di un dono, un dono d’amore elargito da Dio, nella potenza del suo Spirito, per il bene del suo popolo. Questa consapevolezza è davvero importante e costituisce una grazia da chiedere ogni giorno. Infatti, un Pastore che è cosciente che il proprio ministero scaturisce unicamente dalla misericordia e dal cuore di Dio non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale.

La consapevolezza che tutto è dono, tutto è dono, tutto è grazia, aiuta un Pastore anche a non cadere nella tentazione di porsi al centro dell’attenzione e di confidare soltanto in se stesso. Sono le tentazioni della vanità, dell’orgoglio, della sufficienza, della superbia. Guai se un vescovo, un sacerdote o un diacono pensassero di sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa e di non avere bisogno di nessuno. Al contrario, la coscienza di essere lui per primo oggetto della misericordia e della compassione di Dio deve portare un ministro della Chiesa ad essere sempre umile e comprensivo nei confronti degli altri. Pur nella consapevolezza di essere chiamato a custodire con coraggio il deposito della fede (cfr 1 Tm 6,20), egli si metterà in ascolto della gente. E’ cosciente, infatti, di avere sempre qualcosa da imparare, anche da coloro che possono essere ancora lontani dalla fede e dalla Chiesa. Con i propri confratelli, poi, tutto questo deve portare ad assumere un atteggiamento nuovo, improntato alla condivisione, alla corresponsabilità e alla comunione.

Cari amici, dobbiamo essere sempre grati al Signore, perché nella persona e nel ministero dei vescovi, dei sacerdoti e dei diaconi continua a guidare e a formare la sua Chiesa, facendola crescere lungo la via della santità. Allo stesso tempo, dobbiamo continuare a pregare, perché i Pastori delle nostre comunità possano essere immagine viva della comunione e dell’amore di Dio.

Grazie.

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