“Sappiamo dire grazie?”. Udienza Generale di Papa Francesco del 22 ottobre 2014

Papa Francesco nell’Udienza Generale di oggi, 22 ottobre 2014 in piazza San Pietro, ha parlato nella sua catechesi della Chiesa come corpo di Cristo, al quale ci uniamo nel giorno del nostro Battesimo: rinati a nuova vita diventiamo parte di lui e ci uniamo intimamente a tutti gli altri cristiani. Dobbiamo sentire in noi il desiderio di condividere il suo amore tra di noi e non lasciare spazio a divisioni, invidie e incomprensioni, che finirebbero per frantumare la Chiesa in tante parti. Sono tante le occasioni in cui ci lasciamo prendere dalla gelosia e dall’invidia e in questi casi, ha suggerito il Santo Padre ci fa bene dire: “grazie Signore perché hai dato questo a quella persona”; dobbiamo apprezzare le qualità presenti negli altri e partecipare alla sofferenza degli ultimi e dei più bisognosi. Impariamo ad esprimere sempre il nostro ‘grazie’ perché “il cuore che sa dire grazie è un cuore buono, un cuore nobile” nel quale non troveranno spazio gelosie e divisioni. Ed evitiamo di sentirci superiori agli altri, una tentazione che spesso subiamo e che per vincere, ha suggerito il Papa, dobbiamo pensare ai nostri peccati, quelli che nessuno conosce, vergognarci davanti a Dio dicendo: “Signore tu sai chi è superiore, io chiudo la bocca”.

Questo è il filmato integrale dell’Udienza, la catechesi del Santo Padre inizia al minuto 29:21:


Queste le parole di Papa Francesco:

Cari fratelli e sorelle,

buongiorno

quando si vuole evidenziare come gli elementi che compongono una realtà siano strettamente uniti uno all’altro e formino insieme una cosa sola, si usa spesso l’immagine del corpo. A partire dall’apostolo Paolo, questa espressione è stata applicata alla Chiesa ed è stata riconosciuta come il suo tratto distintivo più profondo e più bello. Oggi, allora, vogliamo chiederci: in che senso la Chiesa forma un corpo? E perché viene definita «corpo di Cristo»?

Nel Libro di Ezechiele viene descritta una visione un po’ particolare, impressionante, ma capace di infondere fiducia e speranza nei nostri cuori. Dio mostra al profeta una distesa di ossa, distaccate l’una dall’altra e inaridite. Uno scenario desolante, immaginatevi una pianura piena di ossa. Dio gli chiede, allora, di invocare su di loro lo Spirito. A quel punto, le ossa si muovono, cominciano ad avvicinarsi e ad unirsi, su di loro crescono prima i nervi e poi la carne e si forma così un corpo, completo e pieno di vita (cfr Ez 37,1-14). Ecco, questa è la Chiesa! Mi raccomando oggi a casa prendete la Bibbia nel capitolo 37 del profeta Ezechiele, non dimenticate e leggetelo. Questa è la Chiesa: un capolavoro, il capolavoro dello Spirito, il quale infonde in ciascuno la vita nuova del Risorto e ci pone l’uno accanto all’altro, l’uno a servizio e a sostegno dell’altro, facendo così di tutti noi un corpo solo, edificato nella comunione e nell’amore.

La Chiesa, però, non è solamente un corpo edificato nello Spirito: la Chiesa è il corpo di Cristo! Un po’ strano ma è così. E non si tratta semplicemente di un modo di dire: lo siamo davvero! È il grande dono che riceviamo il giorno del nostro Battesimo! Nel sacramento del Battesimo, infatti, Cristo ci fa suoi, accogliendoci nel cuore del mistero della croce, il mistero supremo del suo amore per noi, per farci poi risorgere con lui, come nuove creature. Ecco: così nasce la Chiesa, e così la Chiesa si riconosce corpo di Cristo. Il Battesimo costituisce una vera rinascita, che ci rigenera in Cristo, ci rende parte di lui, e ci unisce intimamente tra di noi, come membra dello stesso corpo, di cui Lui è il capo (cfr Rm 12,5; 1 Cor 12,12-13).

Quella che ne scaturisce, allora, è una profonda comunione d’amore. In questo senso, è illuminante come Paolo, esortando i mariti ad «amare le mogli come il proprio corpo», affermi: «Come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo» (Ef 5,28-30). Che bello se ci ricordassimo più spesso di quello che siamo, di che cosa ha fatto di noi il Signore Gesù: siamo il suo corpo, quel corpo che niente e nessuno può più strappare da lui e che egli ricopre di tutta la sua passione e del suo amore, proprio come uno sposo con la sua sposa. Questo pensiero, però, deve fare sorgere in noi il desiderio di corrispondere al Signore e di condividere il suo amore tra di noi, come membra vive del suo stesso corpo. Al tempo di Paolo, la comunità di Corinto trovava molte difficoltà in tal senso, vivendo, come spesso anche noi, l’esperienza delle divisioni, delle invidie, delle incomprensioni e dell’emarginazione. Tutte queste cose non vanno bene, perché, invece che edificare e far crescere la Chiesa come corpo di Cristo, la frantumano in tante parti, la smembrano. E questo succede anche ai nostri giorni, pensiamo nelle comunità cristiane, in qualche parrocchia, nei nostri quartieri, quante divisioni, quante invidie, come si sparla! Quante incomprensioni ed emarginazioni! E questo ci smembra tra noi, è l’inizio della guerra: la guerra non comincia sul campo di battaglia, le guerre cominciano nei cuori con queste incomprensioni, divisioni, con le invidie, con questa lotta fra gli altri. E questa comunità di Corinto era così, erano campioni di questo. L’Apostolo ha dato ai Corinti alcuni consigli concreti che valgono anche per noi: non essere gelosi, ma apprezzare nelle nostre comunità i doni e le qualità dei nostri fratelli. Le gelosie: ‘quello ha comprato una macchina e io sento una gelosia’, ‘questo ha vinto il lotto’ e ‘questo va bene in questo’; questo smembra, fa male! Non si deve fare! Le gelosie crescono, crescono e riempiono il cuore; un cuore geloso è un cuore acido, un cuore che invece di sangue sembra avere aceto, è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità. Cosa dobbiamo fare? Apprezzare nelle nostre comunità i doni e la qualità degli altri, dei nostri fratelli. Quando viene la gelosia, perché viene a tutti, tutti siamo peccatori, diciamo ‘grazie Signore perché hai dato questo a quella persona’. Dobbiamo apprezzare le qualità e contro le divisioni farci vicini e partecipare alla sofferenza degli ultimi e dei più bisognosi; esprimere la propria gratitudine a tutti; dire grazie: il cuore che sa dire grazie è un cuore buono, un cuore nobile, è un cuore che è contento perché sa dire grazie. Mi domando: tutti noi, sappiamo dire ‘grazie’ sempre? Non sempre, perché l’invidia, la gelosia ci frena un po’. E in ultimo, questo è il consiglio che l’Apostolo Paolo dà ai corinti e che dobbiamo darci noi uno all’altro: non reputare nessuno superiore agli altri; quanta gente si sente superiore agli altri, anche noi tante volte diciamo come quel fariseo della parabola: ‘ti ringrazio Signore perché non sono come quello’ mi sento superiore, ma questo è brutto, non bisogna farlo mai! E quando ti viene questo, ricordati dei tuoi peccati, di quelli che nessuno conosce, vergognati davanti a Dio ‘Signore tu sai chi è superiore, io chiudo la bocca’ e questo fa bene. E sempre nella carità considerarsi membra gli uni degli altri, che vivono e si donano a beneficio di tutti (cfr 1Cor 12–14).

Cari fratelli e sorelle, come il profeta Ezechiele e come l’apostolo Paolo, invochiamo anche noi lo Spirito Santo, perché la sua grazia e l’abbondanza dei suoi doni ci aiutino a vivere davvero come corpo di Cristo, uniti come famiglia, e come segno visibile e bello dell’amore di Cristo.

Grazie.

 

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