La Chiesa secondo Francesco. Discorso di Papa Francesco all’apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma – 16 giugno 2014

Papa Francesco ha aperto oggi, 16 giugno 2014, nell’Aula Paolo VI, il Convegno Pastorale diocesano sul tema:“Un popolo che genera i suoi figli. Comunità e famiglia nelle grandi tappe dell’iniziazione cristiana”. Il Santo Padre ha tracciato il profilo della Chiesa che lui ha in mente: una Chiesa che sappia accogliere con tenerezza, recuperando la memoria di popolo di Dio, che non rifugga la vita comunitaria; che sappia guardare al futuro con speranza e quella pazienza che, come dice San Paolo, ci permette di sopportarci mutuamente, l’uno all’altro. Una Chiesa che abbia un cuore senza confini e la dolcezza dello sguardo di Gesù. Una Chiesa dalla porta sempre aperta, capace di parlare i linguaggi dei ragazzi, di cogliere anche negli altri ambienti (dello sport e delle nuove tecnologie) le possibilità di annunciare il Vangelo; audace nell’esplorare. Una Chiesa vicina ai ragazzi che soffrono di orfananza, che non hanno un modello di famiglia. Una Chiesa fatta di parroci vicini alla gente, disposti a rispondere e a correre in qualsiasi momento ci sia la necessità.

Questo è il filmato integrale; il discorso del Santo Padre inizia al minuto 34:56:

Queste le parole di Papa Francesco:

Anche oggi, l’Evangelii Nuntiandi è il documento pastorale più importante, che non è stato superato, del post Concilio. Dobbiamo andare sempre lì. È un cantiere di ispirazione quell’Esortazione Apostolica. E l’ha fatta il grande Paolo VI, a mano, perché dopo quel Sinodo non si mettevano d’accordo se fare un’esortazione oppure no. Alla fine il relatore, San Giovanni Paolo II, ha preso tutti i fogli e li ha consegnati al Papa dicendogli: “arrangiati tu fratello”. Paolo VI ha letto tutto e con quella pazienza che aveva cominciò a scrivere. Per me è il testamento pastorale del grande Paolo VI. E non è stata superata: è un cantiere di cose per la pastorale.

Quest’anno visitando tante parrocchie ho avuto modo di incontrare tante persone che spesso fugacemente ma con tanta fiducia mi hanno espresso le loro speranze, le loro attese, insieme alle loro pene e ai loro problemi. Anche nelle tante lettere che ricevo ogni giorno, leggo di uomini e donne che si sentono disorientati perché la vita è spesso faticosa e non si riesce a trovarne il senso e il valore. Anche troppo accelerata! Immagino quanto sia convulsa la giornata di un papà o di una mamma, che si alzano presto, che accompagnano i figli a scuola, poi vanno a lavorare spesso in luoghi dove sono presenti tensioni e conflitti, anche luoghi lontani. Prima di venire sono andato in cucina per prendere un caffè e c’era il cuoco lì, e ho detto: ‘ma tu per andare a casa tua di quanto tempo hai bisogno?’ – un’ora e mezza. E devono attraversare Roma nel traffico. Spesso capita a tutti noi di sentirci soli così, di sentirci addosso un peso che ci schiaccia e ci domandiamo: ‘ma questa è vita?’. Sorge nel nostro cuore la domanda: come facciamo perché i nostri figli, i nostri ragazzi, possano dare un senso alla loro vita? Perché anche loro avvertono che questo nostro modo di vivere è disumano e non sanno quale direzione prendere affinché la vita sia bella e la mattina siano contenti di alzarsi. Quando io confesso i giovani sposi e mi parlano dei figli, faccio sempre una domanda: ‘tu hai tempo per giocare con i tuoi figli?’ E tante volte sento dal papà: ‘ma padre, quando io vado a lavorare alla mattina loro dormono, e quando torno alla sera sono a letto, dormono’. Questa non è vita, è una croce difficile. È disumano! Quando ero Arcivescovo nell’altra diocesi, avevo modo di parlare più frequentemente di oggi con i ragazzi e i giovani e mi ero reso conto che soffrivano di orfandad, cioè di orfananza. I nostri bambini, i nostri ragazzi, soffrono i orfananza. Credo che lo stesso avvenga a Roma. I giovani sono orfani di una strada sicura da percorrere, di un maestro di cui fidarsi, di ideali che riscaldino il cuore, di speranze che sostengano la fatica del vivere quotidiano. Sono orfani ma conservano vivo nel loro cuore il desiderio di tutto ciò. Questa è la società degli orfani. Pensiamo a questo, è importante. Orfani senza memoria di famiglia perché per esempio i nonni sono allontanati in una Casa di riposo, non hanno quella presenza, quella memoria di famiglia. Orfani senza affetto d’oggi, o un affetto troppo di fretta perché papà è stanco, mamma è stanca, vanno a dormire e loro rimangono orfani. Orfani di gratuità, quella gratuità del papà e della mamma che sanno perdere il tempo per giocare con i figli! Abbiamo bisogno di senso di gratuità nelle famiglie, nelle parrocchie, nella società. E quando pensiamo che il Signore ci ha rivelato a noi nella gratuità, cioè nella grazia, la cosa è molto più importante; la gratuità umana è come aprire il cuore alla grazia di Dio, tutto è gratis! Lui viene e ci dà la sua grazia. Ma se noi non abbiamo il senso della gratuità nella famiglia, nella scuola, nella parrocchia, sarà molto difficile per noi capire cosa è la grazia di Dio; quella grazia che non si vende, che non si compra, che è un regalo, un dono di Dio, è Dio stesso. Gesù ci ha fatto una grande promessa: Non vi lascerò orfani. Perché Lui è la vita da percorrere, è il Maestro da ascoltare, la speranza che non delude. Come non sentire ardere il cuore e dire a tutti in particolare i giovani: ‘ma senti, tu non sei orfano! Gesù Cristo ci ha rivelato che Dio è Padre e vuole aiutarti perché ti ama’. Ecco il senso profondo dell’iniziazione cristiana: generare alla fede vuol dire annunziare che non siamo orfani. Perché anche la società rinnega i suoi figli: per esempio a quasi il 40% dei giovani italiani non dà lavoro! Cosa significa? Di te non mi importa! Tu sei materiale di scarto! Mi spiace ma la vita è così. Anche la società li fa orfani i giovani. Pensate cosa significa che 75 milioni di giovani, in questa cultura europea, giovani di 25 anni in giù, non abbiano lavoro. Questa cultura li lascia orfani. Noi siamo un popolo che vuole far crescere i suoi figli con la certezza di avere un padre, di avere una famiglia, di avere una madre; la nostra società tecnologica, lo diceva già Paolo VI, moltiplica all’infinito le occasioni di piacere, di distrazione, di curiosità ma non è capace di portare l’uomo alla vera gioia! Tante comodità, tante cose belle, ma la gioia dov’è? Per amare la vita non abbiamo bisogno di riempirla di cose che poi diventano idoli, abbiamo bisogno che Gesù ci guardi: è il suo sguardo che ci dice ‘è bello che tu viva, la tua vita non è inutile perché a te è affidato un grande compito. Questa è la vera sapienza, uno sguardo nuovo sulla vita che nasce dall’incontro con Gesù.

Il cardinal Vallini ha parlato di questo cammino di conversione pastorale missionaria: è un cammino che si fa e si deve fare e noi abbiamo la grazia ancora di poterlo fare. Coversione non è facile perché bisogna cambiare vita, cambiare metodo, cambiare tante cose, anche cambiare l’anima; ma questo cammino di conversione ci darà l’identità di un popolo che sa generare figli, non un popolo sterile. Se noi come Chiesa non sappiamo generare figli, qualcosa non funziona! La sfida grande della Chiesa oggi è diventare Madre: Madre, non una Ong ben organizzata! Abbiamo bisogno di piani pastorali ben organizzati, ma quello non è essenziale, quello è un aiuto alla maternità della Chiesa. Se la Chiesa non è Madre, è brutto dire che diventa una zitella, ma diventa una zitella! Non è feconda. Non solo fa figli la Chiesa, la sua identità è fare figli! Cioè evangelizzare, come dice Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi. L’identità della Chiesa è quella: evangelizzare, cioè fare figli. Penso a nostra madre Sara, che era invecchiata senza figli, penso ad Elisabetta la moglie di Zaccaria, invecchiata senza figli, penso a Noemi, un’altra donna invecchiata senza discendenza; queste donne sterili hanno avuto figli, hanno avuto discendenza. Il Signore è capace di farlo ma per questo la Chiesa deve fare qualcosa, deve cambiare, deve convertirsi, per diventare Madre; deve essere feconda. La fecondità è la grazia che noi oggi dobbiamo chiedere allo Spirito Santo perché possiamo andare avanti nella nostra conversione pastorale e missionaria. Non si tratta di andare a cercare proseliti, andare a suonare e chiedere: ‘lei vuole venire a questa associazione che si chiama Chiesa Cattolica?’ Riempire la scheda per registrare un socio in più. No! La Chiesa, ci ha detto Benedetto XVI, non cresce per proselitismo, cresce per attrazione! Per attrazione materna! Per questo offrire questa maternità; cresce per tenerezza, per la maternità e per la testimonianza che genera sempre più figli. È un po’ invecchiata la nostra Madre Chiesa; non dobbiamo parlare di nonna Chiesa ma è un po’ invecchiata! E dobbiamo ringiovanirla! Ma senza operazioni di cosmesi, No! Quello non è il vero ringiovanimento della Chiesa! La Chiesa diventa più giovane quando è capace di dare più figli. Diventa più giovane quanto più madre diventa. E questa è la nostra Madre, la Chiesa, il nostro amore di figli: essere nella Chiesa è essere a casa, con mamma, a casa di mamma. Questa è la grandezza della rivelazione. Qualcuno ha parlato di fuga dalla vita comunitaria; quello è vero: l’individualismo ci porta alla fuga dalla vita comunitaria. E questo fa invecchiare la Chiesa. Andiamo a visitare un’istituzione che non è più madre, ci dà una certa identità come la squadra di calcio (sono tifoso della Cattolica) e questo succede quando c’è la fuga dalla vita comunitaria. La fuga dalla famiglia.

Dobbiamo recuperare la memoria. La memoria della Chiesa che è popolo di Dio. A noi oggi manca il senso della storia. Abbiamo paura del tempo. Niente tempo, niente percorsi, niente! Tutto adesso! Siamo nel regno del presente e della congiuntura. Soltanto questo spazio, questo spazio, questo spazio e niente tempo! Anche nella comunicazione: l’oggi, il momento, il telefonino! Il messaggio, il linguaggio più ridotto. Tutto si fa di fretta perché siamo schiavi della congiuntura. Recuperare la memoria della pazienza di Dio, che non ha avuto fretta nella sua storia di salvezza; che ci ha accompagnato lungo la storia, che ha preferito la storia, lunga per noi, di tanti anni in cammino con noi. Nel presente una sola parola dirò: accoglienza! E con l’accoglienza un’altra che avete detto voi: tenerezza. Una madre è tenera, sa accarezzare; ma quando noi vediamo questa povera gente che va in parrocchia con questo o quell’altro, che non sa come muoversi perché non va molto spesso in parrocchia, e trova una segretaria che sgrida, che chiude la porta, che dice ‘lei per fare questo deve pagare questo e fare quest’altro’ Questa gente non si sente a casa di mamma! Le segretarie, le nuove ostiarie della Chiesa; segretaria parrocchiale vuol dire “aprire la porta alla casa della Madre” non chiuderla e si può chiudere la porta in tante maniere. A Buenos Aires era famosa una segretaria parrocchiale: tutti la chiamavano “la tarantola”: io non dico di più! Anche i preti, i parroci e i viceparroci, hanno tanto lavoro e li capisco, ma un parroco che è troppo impaziente non fa bene. Una volta ho dovuto sentire una signora umile, molto umile, che aveva lasciato la Chiesa da giovane (adesso è madre di famiglia) è tornata alla Chiesa e mi ha detto: ‘padre io ho lasciato la Chiesa perché ero in parrocchia da ragazzina, è venuta una donna con un bambino e ha chiesto al parroco di fare il Battesimo (questo è accaduto tanto tempo fa, non qui a Roma) e il parroco ha detto di sì ma che doveva pagare; lei disse di non avere i soldi, al che questo parroco le disse, vai a casa tua prendi quello che hai e io ti battezzo tuo figlio. Quella donna mi parlava in presenza di Dio. Questo succede, questo non significa accogliere, questo è chiudere la porta. Il presente è tenerezza e accoglienza e per il futuro speranza e pazienza. Dare testimonianza di speranza (andiamo avanti, è la famiglia) e pazienza è quella che San Paolo ci dice di sopportarci mutuamente, l’uno all’altro.

La gente che viene sa, per l’unzione dello Spirito Santo, che la Chiesa custodisce il tesoro dello sguardo di Gesù e noi dobbiamo offrirlo a tutti: quando arrivano in parrocchia (forse mi ripeto) quale atteggiamento dobbiamo avere? Dobbiamo sempre accogliere tutti con cuore grande. Come in famiglia. Chiedendo al Signore di farci capaci di partecipare alle difficoltà e ai problemi che spesso i ragazzi e i giovani incontrano nella loro vita. Dobbiamo avere il cuore di Gesù il quale “vedendo le folle ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. A me piace sognare una Chiesa che viva la compassione di Gesù; compassione è patire con, sentire quello che sentono gli altri, accompagnarli nei sentimenti, come una madre che accarezza i suoi figli. Una Chiesa che abbia un cuore senza confini, ma non solo il cuore, anche lo sguardo, la dolcezza dello sguardo di Gesù; lo sguardo che spesso è molto più eloquente di tante parole. Le persone si aspettano di trovare in noi lo sguardo di Gesù a volte senza nemmeno saperlo; quello sguardo sereno, felice, che entra nel cuore. Tutta la parrocchia deve essere una comunità accogliente, non solo i sacerdoti e i catechisti, tutta la parrocchia. Dobbiamo ripensare quanto le nostre parrocchie sono accoglienti, se gli orari delle attività favoriscono la partecipazione dei giovani, se siamo capaci di parlare i loro linguaggi, di cogliere anche negli altri ambienti (nello sport, nelle nuove tecnologie) le possibilità di annunciare il Vangelo. Diventiamo audaci nell’esplorare nuove modalità con cui le nostre comunità siano delle case dove la porta è sempre aperta. È importante che all’accoglienza segua una chiara proposta di fede; tante volte non esplicita, ma con l’atteggiamento, la testimonianza; in questa istituzione che si chiama Chiesa, in questa istituzione che si chiama parrocchia, si respira un’aria di fede, si crede nel Signore Gesù.

Io chiederò a voi di studiare bene queste cose che ho detto, questa orfananza, e studiare come far recuperare la memoria di famiglia, come fare che nelle parrocchie ci sia l’affetto, ci sia la gratuità; che non sia la parrocchia una istituzione di congiuntura, ma che sia storica, che sia un cammino di conversione pastorale, che nel presente sappia accogliere con tenerezza e sappia mandare avanti i suoi figli con la speranza e la pazienza. Io voglio tanto bene ai sacerdoti, perché fare il parroco non è facile, è più facile fare il vescovo che il parroco! Perché noi vescovi abbiamo sempre la possibilità di prendere distanza o nasconderci dietro il “Sua Eccellenza” e questo ci difende! Fare il parroco quando ti bussano alla porta non è facile, quando ti viene uno a dire i problemi della famiglia o quando vengono a chiacchierare le cosiddette “ragazze della Caritas” contro le cosiddette “ragazze delle catechesi”. Non è facile fare il parroco! Voglio dire una cosa che ho detto un’altra volta: la Chiesa italiana è tanto forte grazie ai parroci. Questi parroci che dormivano con il telefono sul comodino e si alzavano a qualsiasi ora per andare a trovare un ammalato: nessuno moriva senza i sacramenti; parroci vicini, eroici, e poi hanno lasciato questa memoria di evangelizzazione. Pensiamo alla Chiesa Madre, e diciamo alla nostra Madre Chiesa quello che Elisabetta ha detto a Maria quando era in attesa del figlio “tu sei felice perché hai creduto”. Una Chiesa di fede che creda che il Signore è capace di farla Madre, di darle tanti figli. La nostra Santa Madre Chiesa.

Grazie.

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