“Il prete è chiamato ad avere un cuore che si commuove. I preti asettici, da laboratorio, non aiutano la Chiesa”. Incontro di papa Francesco con il clero romano – 6 marzo 2014

Papa Francesco ha incontrato oggi, 6 marzo 2014, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, i sacerdoti della sua Diocesi. L’incontro è iniziato con un momento di preghiera per la scomparsa di don Luigi Retrosi, parroco di Sant’Ambrogio all’Aurelio, scomparso il 5 marzo, conosciuto da tutti i suoi parrocchiani come don Gino. Dopo aver preso posizione a favore del presbiterio nella sua totalità, per le accuse formulate contro un gruppo di sacerdoti della diocesi, ha iniziato il suo discorso centrato sulla Misericordia. Non ha bastonato i preti presenti, come scherzosamente ha detto, ma ha ricordato loro la via da seguire per un pastore, centrata sulla prossimità, fondata sulla misericordia, e senza la vergogna della carne dei fratelli. Ha parlato di sofferenza pastorale, dell’incapacità da parte dei preti di piangere con i fedeli; della parresia nella preghiera, di portare i pantaloni davanti a Dio, di lottare con Dio per il loro popolo, come fece Abramo; della preghiera per chiedere il dono delle lacrime; della croce staccata dal rosario che teneva nelle mani, nella bara, un grande confessore argentino, che lui da quel giorno porta sempre con se, cucita all’interno di una tasca di stoffa e alla quale si rivolge ogni volta che alla mente gli viene un cattivo pensiero contro alcune persone. È stato un incontro intenso che vale la pena ascoltare con calma e meditare.

Queste le parole di Papa Francesco:

Cari fratelli, buon giorno!
quando insieme al Cardinale Vicario abbiamo pensato a questo incontro, gli ho detto che avrei potuto fare per voi una meditazione sul tema della misericordia. All’inizio della Quaresima riflettere insieme, come preti, sulla misericordia ci fa bene. Tutti noi ne abbiamo bisogno e anche i fedeli, perché come pastori dobbiamo dare tanta Misericordia, tanta.
Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci fa rivolgere lo sguardo a Gesù che cammina per le città e i villaggi; questo è curioso: qual è il posto dove si poteva trovare più spesso Gesù? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse un senza tetto perché era sempre sulla strada, la vita di Gesù era sulla strada. Soprattutto ci invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di “compassione”, “vedendo le folle ne sentì compassione” perché vede le persone “stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Abbiamo sentito tanto queste parole che forse non entrano con forza, ma sono forti.  Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri. Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili.
Allora comprendiamo che noi non siamo qui per fare un bell’esercizio spirituale all’inizio della Quaresima, ma per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Anche questo sono sicuro, non solo nella Quaresima, noi stiamo vivendo un tempo di Misericordia, da 30 anni e più finora.
Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia.
Questa è stata un’intuizione del beato Giovanni Paolo II: lui ha avuto il fiuto che questo era il tempo della misericordia; pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska, poi ha introdotto la festa della Divina Misericordia…pian pianin è andato avanti su questo.
Nell’Omelia per la Canonizzazione di Faustina, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo. E guardando al futuro disse: «Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. E’ certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio». Qui esplicita nel 2000, ma è una cosa che nel suo cuore maturava da tempo, nella sua preghiera, ha avuto questa intuizione.
Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa. In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio non possiamo dimenticarle. E quella della divina misericordia è una di queste. È una consegna che lui ci ha dato, ma che viene dall’Alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa, tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio la scelta di restituire priorità al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia. Riconciliare, fare pace con il Sacramento, con le parole e anche con le opere di misericordia.
Che cosa significa misericordia per i preti?
Mi vengono in mente alcuni di voi che mi hanno telefonato o scritto una lettera e con i quali poi ho parlato al telefono: “Ma Papa, perché lei ce l’ha con i preti?” Perché dicevano che io bastono i preti. Non voglio bastonare qui. Domandiamoci che cosa significa misericordia per un prete, permettetemi di dire per noi preti, per tutti noi. I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le “viscere” di Dio: Isaia ne parla tanto, è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura. Così a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti. Questo è un criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza, la prossimità. Il servizio nella prossimità. Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto. In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere. Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio. Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero. Vi lascio la domanda: “come mi confesso?” “Mi lascio abbracciare?”. Mi viene in mente un grande sacerdote di Buenos Aires, adesso avrà 72 anni, un grande confessore; la maggioranza dei preti va da lui a confessarsi, è un grande confessore. Una volta è venuto da me dicendo: “Ma padre, io ho un po’ di scrupolo perché io so che perdono troppo” e abbiamo parlato sulla Misericordia e a un certo punto mi ha detto: “lo sai che quando sento forte questo scrupolo vado in cappella davanti al Tabernacolo e Gli dico ‘Tu hai la colpa perché mi hai dato il cattivo esempio’ e me ne vado tranquillo”.
Se uno nella confessione vive questo su di se, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri. Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti, mi permetto la parola “asettici”, quelli da laboratorio, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo pensarla come un “ospedale da campo”, scusatemi se lo ripeto ma lo vedo così, lo sento, c’è bisogno di curare le ferite, tante ferite. C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa. Gente ferita dalle illusioni del mondo. Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi; come il controllo del colesterolo, della glicemia, prima bisogna curare le ferite e poi pensare ad altro, poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. Per me in questo momento è più importante, anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite e mi viene in mente l’abitudine, per la Legge mosaica, dei lebbrosi al tempo di Gesù, che erano sempre allontanati… gente che si allontana per vergogna per non mostrare le ferite e si allontanano forse con la faccia storta, contro la Chiesa, ma dentro c’è la ferita e vogliono una carezza.
Voi, cari confratelli, vi domando: “conoscete le ferite dei vostri parrocchiani?” Le intuite, siete vicini a loro? Vi lascio la domanda.
Misericordia significa né manica larga né rigidità.
Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a noi preti, di sentire l’esperienza di nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella Confessione un sacerdote molto “stretto”, oppure molto “largo”, rigorista o lassista. Questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani anche lui: solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano. Ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo!
Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano Santi, ma pensate a Pelagio. Non santificano il prete, e non santificano il fedele. Né il lassismo e né il rigorismo. La misericordia invece accompagna il cammino della santità, l’accompagna, la fa crescere, è troppo lavoro per un parroco, è vero troppo lavoro. In che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone, questo non è facile: come un padre e una madre soffrono per i figli. Mi permetto di dire anche con ansia.
Per spiegarmi faccio anche a voi alcune domande che mi aiutano quando un sacerdote viene da me, ma che mi aiutano anche quando sono solo davanti al Signore.
Dimmi, tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? Ricordo che nei messali antichi c’è una preghiera bellissima per chiedere il dono delle lacrime; incominciava così la preghiera: Signore, tu che hai dato a Mosè il mandato di colpire la pietra perché venisse l’acqua, colpisci la pietra del mio cuore… Quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino. Il pianto del prete… tu piangi? Con questo presbiterio abbiamo perso le lacrime.
Piangi per il tuo popolo?
Dimmi, tu fai la preghiera di intercessione davanti al Tabernacolo?
Tu lotti con il Signore per il tuo popolo? Come Abramo ha lottato…quella preghiera coraggiosa di intercessione. Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico e pensiamo ai piani pastorali, ma la stessa parresia è necessaria nella preghiera. Lotti con il Signore, discuti con il Signore come ha fatto Mosè? Quando il Signore era stanco del suo popolo e diceva “tu stai tranquillo, questi li distruggerò tutti e a te ti farò capo di un altro popolo” “No, se tu distruggi il popolo, distruggi anche me”. Questi avevano i pantaloni! Io vi faccio la domanda: “noi abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?”
Un’altra domanda che faccio è: “La sera, come concludi la tua giornata? Con il Signore? O con la televisione?” Vedo tanti sorrisi, anche io rido.
Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i malati. Sai accarezzarli? O ti vergogni di accarezzare un anziano?
Non avere vergogna della carne del tuo fratello. Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci ad “ogni carne”, (Isaia) “farci prossimo” alla carne del fratello. Il sacerdote e il levita che passarono prima del buon samaritano non seppero avvicinarsi a quella persona malmenata dai banditi. Il loro cuore era chiuso, forse il prete ha guardato l’orologio e ha detto ‘devo andare alla Messa, non posso arrivare in ritardo alla Messa’. Quante volte ci giustifichiamo per aggirare il problema, la persona. L’altro, il levita, il dottore della legge, l’avvocato, ‘non posso perché se faccio questo, domani dovrò andare a testimoniare a perdere tempo’. Il cuore chiuso cerca sempre una giustificazione per quello che non fa. Invece quel samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in azione pratica, in un intervento concreto, un intervento efficace per aiutare quella persona.
Alla fine dei tempi, sarà ammesso a contemplare la carne glorificata di Cristo solo chi non avrà avuto vergogna della carne del suo fratello ferito ed escluso. Io vi confesso: a me fa bene alcune volte leggere l’elenco sul quale sarò giudicato, fa bene, è in Matteo 25.

Queste sono le cose che mi sono venute in mente per condividerle con voi, alla buona. Ma ci farà bene.

Parlo di un altro prete: a Buenos Aires c’era un confessore famoso, era saramentino, quasi tutto il clero si confessava da lui. In una delle due volte in cui è venuto Giovanni Paolo II, ha chiesto un confessore in nunziatura ed è andato lui; era anziano, molto anziano, ha fatto il provinciale nel suo Ordine, il professore, ma è rimasto sempre confessore, e nella Chiesa del Santissimo Sacramento c’era sempre la coda. In quel tempo io ero Vicario Generale e abitavo nella curia e ogni mattina presto scendevo al fax per controllare se c’era qualche comunicazione nuova; il mattino di Pasqua ho letto un fax del Superiore della Comunità: ieri mezz’ora prima della Vigilia Pasquale, è mancato il padre Aristi a 96 anni, il funerale ci sarà a tal giorno… e la mattina di Pasqua dovevo andare a pranzare con i preti della Casa di riposo per i preti e sarei andato dopo pranzo alla chiesa, una chiesa molto grande con una cripta bellissima; sono sceso nella cripta e c’era la bara con solo due vecchiette che pregava, con nessun fiore; pensavo: questo prete che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires, anche a me, neanche un fiore…sono salito, e sono andato ad una fioreria e ho comprato i fiori e sono tornato e ho cominciato a preparare bene la bara con i fiori e ho guardato il rosario che aveva in mano e subito mi è venuto in mente quel ladro che tutti noi abbiamo dentro e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del rosario e con un po’ di forza l’ho staccata e in quel momento l’ho guardato e gli ho detto: “dammi la metà della tua misericordia”. Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo gesto e questa preghiera; la croce l’ho messa in tasca e siccome le camicie del Papa non hanno tasche, io porto sempre con me una bustina di stoffa e quella croce, da quel giorno è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro alcune persone, la mano va subito sulla croce che porto con me e sento la Grazia e mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso! Di un prete che si avvicina alle ferite. Sicuramente ne avrete conosciuti tanti perché i preti italiani sono bravi, io credo che se l’Italia è ancora tanto forte non è tanto per noi vescovi ma per i preti; questo lo sento veramente. Pensate a tanti preti che sono in Cielo e chiedete questa Grazia: che vi diano quella misericordia che hanno avuto con i loro fedeli. E questo fa bene.

Grazie tante per l’ascolto e di essere venuti qui.

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