“La Chiesa continua a promuovere l’impegno di tutti, singoli ed istituzioni, per il sostegno alla famiglia”. Discorso di Papa Francesco al Quirinale.

La visita ufficiale di Papa Francesco oggi, 14 novembre 2013, al Presidente della Repubblica Italiana, si è svolta con sobrietà e semplicità, caratteristiche queste che hanno contraddistinto questi primi 8 mesi di pontificato. Il Papa è arrivato a bordo della solita Ford Focus, senza corazzieri a cavallo e si è lasciato guidare nelle sale del Quirinale con il sorriso e la cordialità tipiche di un incontro tra buoni conoscenti.

Nel suo discorso, il Presidente Napolitano ha elogiato l’atteggiamento del Santo Padre: “La così forte considerazione per la persona, perfino quel Suo voler “guardare le singole persone, una alla volta”, quando parla a grandi masse raccolte per ascoltarLa, è un carattere distintivo della Sua missione pastorale. Il saper comunicare con i semplici, il saper trasmettere a ciascuno e a tutti i valori del messaggio cristiano – innanzitutto quello dell’amore per gli altri – sprigiona potenzialità nuove per combattere il dilagare dell’egoismo, dell’insensibilità sociale, del più spregiudicato culto del proprio tornaconto personale”. (Più in basso il discorso integrale)

Ecco il discorso di Papa Francesco:

Queste le parole del Santo Padre:

Signor Presidente!

Con viva gratitudine ricambio oggi la cordiale visita che Ella ha voluto farmi lo scorso 8 giugno in Vaticano. La ringrazio per le cortesi espressioni di benvenuto con cui mi ha accolto, facendosi interprete dei sentimenti del Popolo italiano.

Nella consuetudine istituzionale dei rapporti tra Italia e Santa Sede, questa mia visita conferma l’eccellente stato delle reciproche relazioni, e prima ancora intende esprimere un segno di amicizia. Infatti, già in questi primi otto mesi del mio servizio petrino ho potuto sperimentare da parte Sua, Signor Presidente, tanti gesti di attenzione. Essi si aggiungono ai molti che Ella ha progressivamente manifestato, durante il Suo primo settennato, nei confronti del mio predecessore Benedetto XVI. A lui desidero rivolgere in questo momento il nostro pensiero e il nostro affetto, nel ricordo della sua visita al Quirinale, che in quell’occasione egli definì «simbolica casa di tutti gli italiani» (Discorso del 4 ottobre 2008).

RendendoLe visita in questo luogo così carico di simboli e di storia, vorrei idealmente bussare alla porta di ogni abitante di questo Paese, dove si trovano le radici della mia famiglia terrena, e offrire a tutti la parola risanatrice e sempre nuova del Vangelo.

Ripensando ai momenti salienti nelle relazioni tra lo Stato italiano e la Santa Sede, vorrei ricordare l’inserimento nella Costituzione repubblicana dei Patti Lateranensi e l’Accordo di revisione del Concordato. Di tale Accordo ricorrerà tra poche settimane il trentesimo anniversario. Abbiamo qui il solido quadro di riferimento normativo per uno sviluppo sereno dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, quadro che riflette e sostiene la quotidiana collaborazione al servizio della persona umana in vista del bene comune, nella distinzione dei rispettivi ruoli e ambiti d’azione.

Tante sono le questioni di fronte alle quali le nostre preoccupazioni sono comuni e le risposte possono essere convergenti. Il momento attuale è segnato dalla crisi economica che fatica ad essere superata e che, tra gli effetti più dolorosi, ha quello di una insufficiente disponibilità di lavoro. E’ necessario moltiplicare gli sforzi per alleviarne le conseguenze e per cogliere ed irrobustire ogni segno di ripresa.

Il compito primario che spetta alla Chiesa è quello di testimoniare la misericordia di Dio e di incoraggiare generose risposte di solidarietà per aprire a un futuro di speranza; perché là dove cresce la speranza si moltiplicano anche le energie e l’impegno per la costruzione di un ordine sociale e civile più umano e più giusto, ed emergono nuove potenzialità per uno sviluppo sostenibile e sano.

Sono impresse nella mia mente le prime visite pastorali che ho potuto compiere in Italia. A Lampedusa, anzitutto, dove ho incontrato da vicino la sofferenza di coloro che, a causa delle guerre o della miseria, si avviano verso l’emigrazione in condizioni spesso disperate; e dove ho visto l’encomiabile testimonianza di solidarietà di tanti che si prodigano nell’opera di accoglienza. Ricordo poi la visita a Cagliari, per pregare davanti alla Madonna di Bonaria; e quella ad Assisi, per venerare il Santo che dell’Italia è patrono e di cui ho preso il nome. Anche in questi luoghi ho toccato con mano le ferite che affliggono oggi tanta gente.

Al centro delle speranze e delle difficoltà sociali, c’è la famiglia. Con rinnovata convinzione, la Chiesa, continua a promuovere l’impegno di tutti, singoli ed istituzioni, per il sostegno alla famiglia, che è il luogo primario in cui si forma e cresce l’essere umano, in cui si apprendono i valori e gli esempi che li rendono credibili. La famiglia ha bisogno della stabilità e riconoscibilità dei legami reciproci, per dispiegare pienamente il suo insostituibile compito e realizzare la sua missione. Mentre mette a disposizione della società le sue energie, essa chiede di essere apprezzata, valorizzata e tutelata.

Signor Presidente, in questa circostanza mi è caro formulare l’auspicio, sostenuto dalla preghiera, che l’Italia, attingendo dal suo ricco patrimonio di valori civili e spirituali, sappia nuovamente trovare la creatività e la concordia necessarie al suo armonioso sviluppo, a promuovere il bene comune e la dignità di ogni persona, e ad offrire nel consesso internazionale il suo contributo per la pace e la giustizia.

Mi è particolarmente gradito infine associarmi alla stima e all’affetto che il Popolo italiano nutre per la Sua persona e rinnovarLe i miei auguri più cordiali per l’assolvimento dei doveri propri della Sua altissima carica. Iddio protegga l’Italia e tutti i suoi abitanti.

 

Questo il discorso del Presidente Napolitano:

Santità,
è un privilegio, ed è motivo di sincera emozione, darLe il benvenuto e accoglierLa in questo Palazzo, testimonianza incomparabile di storia e di creatività. Ad esso dedichiamo ogni cura e ancora lo esploriamo, riscoprendo e restaurando – come abbiamo fatto in anni recenti – ambienti e lasciti d’arte che risalgono al ‘600, all’opera di Pontefici come Urbano VIII e Alessandro VII.

Dello straordinario plurisecolare retaggio costituito dal Palazzo del Quirinale i Presidenti della Repubblica sono soltanto, da alcuni decenni, appassionati e rispettosi custodi, facendone uno spazio aperto e una casa comune per tutti gli italiani.

Qui vive, Santità, una storia che Ella porta dentro di sé, per non aver mai perso l’impronta della terra d’origine della Sua famiglia, nella quale è stato chiamato “quasi dalla fine del mondo” per guidare la Chiesa dal Soglio di Pietro. E non vorrei che la solennità formale propria – per tradizione e per spessore istituzionale – di questa cerimonia, appannasse l’espressione dei genuini sentimenti di vicinanza e di affetto che la Sua figura, il Suo modo di rivolgersi a tutti noi, il Suo impegno pastorale, hanno suscitato nell’animo nostro fin dai primi momenti del Suo pontificato.

Si tratta di sentimenti e di pensieri che ci toccano ben al di là del tessuto dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato in Italia. Questi rapporti restano di certo essenziali, pur proiettandosi ora in un orizzonte più vasto ; e da essi intendo dunque ripartire, per il solido e limpido quadro di riferimento che rappresentano.

Illuminata fu la scelta dell’Assemblea Costituente, nel marzo del 1947, di iscriverli nella nostra Carta fondamentale ancorandoli ai Patti Lateranensi. Il fatto che quei Patti fossero stati sottoscritti – a conclusione di un lungo processo di avvicinamento – nel 1929, quando in Italia dominava il regime fascista, non fece velo alla comprensione, nei giorni della Costituente, del valore non contingente della “Conciliazione” così conseguita : e non impedì di lavorare successivamente alla revisione del Concordato, collocandolo pienamente nel nuovo contesto democratico-costituzionale dell’Italia repubblicana.

E’ stato, lungo questa strada, possibile riconoscersi nel rispetto della laicità e sovranità dello Stato, e insieme della libertà e sovranità della Chiesa, e convergere sempre di più nell’operare per “la promozione dell’uomo e del bene del Paese”. Ne è stata rafforzata in modo decisivo quell’unità nazionale che è per l’Italia condizione di ogni sicurezza e progresso, e alla quale Benedetto XVI volle rendere omaggio col suo memorabile messaggio del 17 marzo 2011 per il nostro Centocinquantenario, mettendo in evidenza “i due principi supremi chiamati a presiedere alle relazioni tra Chiesa e comunità politica – quello della distinzione di ambiti e quello della collaborazione”. Principi – osservo – su cui sempre vigilare e che vediamo oggi esprimersi, Santità, con chiarezza e profondità nel Suo pensiero e nelle Sue parole.

Questo significa dunque l’omaggio che qui le rendono oggi le più significative rappresentanze dello Stato italiano, delle istituzioni e dei corpi dello Stato. Ad esse abbiamo voluto affiancare un gruppo di personalità rappresentative della società civile, del mondo della cultura, laica e cattolica, come del mondo della solidarietà verso i poveri, i sofferenti, gli “ultimi”, a Lei così cari.

E abbiamo pensato a queste nuove presenze in occasione della Sua visita per raccogliere l’ispirazione che La muove, l’intento di non lasciar racchiuso il Suo impegno, lo stesso Suo discorso pastorale entro l’orizzonte di un rapporto tra istituzioni. Ella ha trasmesso nel modo più diretto a ciascuno di noi motivi di riflessione e di grande suggestione per il nostro agire individuale e collettivo. E lo ha fatto in questi mesi raccontando sé stesso, dicendoci – con sorprendente generosità e schiettezza – molto della Sua formazione, della Sua evoluzione, della Sua visione.
E a tutti – credenti e non credenti – è giunta attraverso semplici e forti parole, la Sua concezione della Chiesa e della fede.

Ci ha colpito l’assenza di ogni dogmatismo, la presa di distanze da “posizioni non sfiorate da un margine di incertezza”, il richiamo a quel “lasciare spazio al dubbio” proprio delle “grandi guide del popolo di Dio”.
Abbiamo sentito, nelle Sue parole, vibrare lo spirito del Concilio Vaticano II, come “rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea”. E vediamo così profilarsi nuove prospettive di quel “dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari”, che Ella, Santità, ha sollecitato e che costituisce appunto l’orizzonte più vasto – oltre il contesto dei rapporti tra Chiesa e Stato – a cui oggi si deve necessariamente tendere.

Necessariamente, dico, dinanzi alle inaudite sfide dell’oggi, da superare – guardando al futuro – attraverso la più larga mobilitazione delle coscienze e delle energie – innanzitutto morali – di un popolo come il nostro, e di ogni popolo.

Parlo di sfide che investono l’intera comunità internazionale : quella, innanzitutto, di ristabilire e preservare la pace in regioni tormentate da laceranti conflitti, come il Medio Oriente e il Mediterraneo cui in particolare l’Italia e l’Europa unita sono debitrici di risposte e impegni efficaci.

Ma le sfide da affrontare nel mondo d’oggi sono anche di natura “antropologica”. “L’uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso”, “l’uomo è alla ricerca di se stesso” – Ella ha detto, e ci ha messo in guardia da un pensiero che “perda di vista l’umano”.

La così forte considerazione per la persona, perfino quel Suo voler “guardare le singole persone, una alla volta”, quando parla a grandi masse raccolte per ascoltarLa, è un carattere distintivo della Sua missione pastorale. Il saper comunicare con i semplici, il saper trasmettere a ciascuno e a tutti i valori del messaggio cristiano – innanzitutto quello dell’amore per gli altri – sprigiona potenzialità nuove per combattere il dilagare dell’egoismo, dell’insensibilità sociale, del più spregiudicato culto del proprio tornaconto personale.

Per reagire ovunque a simili fenomeni di regressione e far valere parametri ideali e morali irrinunciabili, resta fondamentale, vorrei sottolinearlo, il ruolo dell’Europa, in quanto si fonda – storicamente e nelle sue odierne istituzioni comuni – su quei valori di rispetto della dignità umana, di tolleranza, giustizia, solidarietà, che portano il segno del retaggio cristiano.

E’, in effetti, sollecitando un nuovo spirito di solidale e responsabile comunanza che bisogna dedicarsi – guidati dalla speranza – al superamento dei mali più gravi che affliggono oggi il mondo. A cominciare dai mali provocati o esasperati dalla crisi di questi anni sia nelle “periferie” di diversi continenti, in luoghi rimasti ancora ai margini di un moderno sviluppo economico e benessere sociale, sia nei paesi della travagliata Europa : mali estremi, quali – Ella ha detto – da un lato la disperante condizione dei giovani privi di lavoro, che vengono come “schiacciati sul presente”, e dall’altro la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi.

Ne scaturiscono, come non mai, responsabilità comuni. Responsabilità che la Chiesa si assume “esprimendo e diffondendo i suoi valori”, liberandosi da ogni residuo “temporalismo”, e dispiegando l’iniziativa delle istituzioni che ad essa si richiamano sul terreno solidaristico ed educativo che è loro proprio. Responsabilità che a loro volta nel campo, ben distinto, in cui sono chiamate ad operare, si assumono le istituzioni politiche, laiche e indipendenti per definizione.

La politica ha però – esposta com’è non solo a fondate critiche ma ad attacchi distruttivi – drammatica necessità (lo vediamo bene in Italia) di recuperare partecipazione, consenso e rispetto, liberandosi dalla piaga della corruzione e dai più meschini particolarismi. Può riuscirvi solo rinnovando – insieme con la sua articolazione pluralistica – le proprie basi ideali, sociali e culturali. E credo che in questo senso la politica possa, Santità, trarre uno stimolo nuovo dal Suo messaggio e dalle Sue parole. Un messaggio che, come Ella stesso ha detto, “si rivolge non soltanto ai cattolici ma a tutti gli uomini di buona volontà”, e che fa dunque pensare a un dialogo senza precedenti per ampiezza e profondità tra credenti e non credenti, a una sorta di simbolico, sconfinato “Cortile dei Gentili”.

Vede, Santità, noi che in Italia esercitiamo funzioni di rappresentanza e di guida nelle istituzioni politiche, siamo immersi in una faticosa quotidianità, dominata dalla tumultuosa pressione e dalla gravità dei problemi del paese e stravolta da esasperazioni di parte in un clima spesso avvelenato e destabilizzante. Quanto siamo lontani nel nostro paese da quella “cultura dell’incontro” che Ella ama evocare, da quella Sua invocazione “Dialogo, dialogo, dialogo”!

Ebbene, proprio per noi che ora qui Le rendiamo omaggio, come per tutte le espressioni della classe dirigente italiana, è tempo di levare più in alto lo sguardo, di riguadagnare lungimiranza e di portarci al livello di sfide decisive che dall’oggi già si proiettano sul domani. Facendo nascere anche da questa straordinaria e così elevata occasione d’incontro, un impegno comparabile a quello di cui Ella, Santità Francesco, ci sta dando l’esempio.

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