Conclave /6 – Philippe Barbarin

Philippe Barbarin
Il cardinale Philippe Barbarin è nato a Rabat in Marocco da famiglia francese il 17 ottobre 1950. Ordinato sacerdote per la diocesi di Crèteil nel 1977, dopo i 4 anni trascorsi in Africa è stato nominato nel 1998 vescovo di Moulins, prima di essere chiamato nel 2002 alla guida dell’arcidiocesi di Lione.Il primate dei Galli (come viene chiamato per tradizione l’arcivescovo di Lione) è in realtà l’unico cardinale europeo la cui ordinazione episcopale sia stata presieduta da un presule africano. Nel novembre 1998 fu infatti monsignor Philibert Randriambololona, arcivescovo di Fianarantsoa in Madagascar, a consacrarlo vescovo nella cattedrale di Moulins. E il motivo di questa circostanza così particolare è presto spiegato: Barbarin era appena tornato da quattro anni vissuti come sacerdote fidei donum proprio nella grande isola africana. Esperienza che ha lasciato un segno importante in questo futuro cardinale allora quarantaquattrenne, con alle spalle una laurea in filosofia alla Sorbona, oltre a quella teologica all’Institute Catholique di Parigi.«Il tempo che ho trascorso in Madagascar ha lasciato un segno profondo nella mia vita. In questo Paese mi sono sentito amato e accolto in famiglia, come solo in Africa ti può capitare. Ho potuto toccare con mano la situazione politica ed economica disastrosa e profondamente ingiusta di questo Paese; ma insieme ho fatto esperienza anche di quanto sia realmente diffusa tra la gente l’idea della vita come qualcosa di inalienabile. E poi penso al dono di una fede che è capace di esprimersi attraverso la gioia, al senso profondo della famiglia e della festa. Sono tutte cose che in Europa abbiamo perso, standocene davanti ai nostri televisori o allo schermo di un computer. L’Africa è una finestra aperta su un altro modo di vivere la nostra umanità, il nostro rapporto con gli altri. Anche il rapporto con il lavoro, per esempio».“Giovanni Paolo II ha avuto la libertà di rimanere fino alla fine, Benedetto XVI ha la libertà di lasciare quando ritiene che non abbia più le forze di compiere la sua missione”. (Febbraio 2013)
Dal comunicato della Grande Moschea di Lione:
«Il cardinale Barbarin, primate delle Gallie, giovedì 21 febbraio 2013 si è recato alla Grande Moschea di Lione, al momento della preghiera pomeridiana (Asr) per pregare insieme alla comunità musulmana per la liberazione dei sette ostaggi francesi, di cui quattro bambini, originari del dipartimento del Rhône. Alla presenza di numerose persone, è stata organizzata una cerimonia di raccoglimento e di preghiera. Dopo la salmodia del Corano, il rettore della Moschea, Kamel Katbane, ha preso la parola per invitare la comunità ad elevare delle preghiere per una rapida liberazione dei nostri compatrioti ed esprimere la sua inquietudine per le incertezze che hanno segnato tutta la giornata. Il cardinale si è detto commosso per questo incontro fraterno, organizzato dalla Moschea di Lione nella sala della preghiera ed ha pregato con noi.»La Chiesa ha il dovere di dire la sua nei grandi dibattiti della società “quali che siano gli orientamenti dell’opinione pubblica”. È quanto ha ribadito il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione e primate della Chiesa francese, in merito alle polemiche suscitate dalla speciale preghiera alla Vergine per la Francia letta in tutte le parrocchie del Paese nella Solennità dell’Assunta. I vescovi avevano invitato tutti i fedeli a pregare in particolare per i cittadini vittime della crisi economica, i governanti, le famiglie e i giovani. Alcuni media hanno letto nell’iniziativa una indebita interferenza politica della Chiesa con riferimento, in particolare, alle recenti aperture dell’attuale governo socialista alla legalizzazione dei matrimoni e delle adozioni omosessuali. Un’accusa che il cardinale Barbarin respinge al mittente, ribadendo il diritto-dovere della Chiesa di dire la sua soprattutto quando è lo Stato a mostrarsi pervasivo. (agosto 2012)
(Brani di un’intervista pubblicata su 30Giorni – 1/2009):
Se dovessimo descrivere il volto della Chiesa di Lione, quale immagine suggerirebbe?

Forse quella della grande festa che si chiama “la Festa delle Luci”. L’8 dicembre, i lionesi mettono delle luci alle finestre, in onore dell’Immacolata, dall’8 dicembre 1852. Quell’anno, l’8 settembre, doveva essere collocata sulla cima di Fourvière una nuova statua della Vergine. Ma le condizioni meteorologiche erano pessime e il cardinale dell’epoca ha rimandato la festa all’8 dicembre. I lionesi erano così felici che hanno ripreso una vecchia abitudine della loro città per i giorni di feste importanti. Hanno messo delle luci alle loro finestre e hanno fatto sentire la loro acclamazione “Viva Maria!” nelle strade, fino a tarda notte. Il comune ha approfittato di questo tradizione delle “illuminazioni” per lanciare, da qualche decennio, “la festa delle luci”. Adesso, fin dai giorni che precedono la festa dell’Immacolata, tutta la città è animata da una grande festa culturale e popolare: in quei giorni, in una città che conta di solito cinquecentomila abitanti, arrivano da tre a quattro milioni di visitatori. Le chiese sono aperte fino a tarda notte; più di mille persone chiamate “i missionari dell’8” accolgono i passanti, offrono una tazza di cioccolata, propongono un Nuovo Testamento, danno informazioni a quanti vogliono scoprire la Parola di Dio, confessarsi e chiedere il battesimo… Nelle settimane precedenti, questi “missionari dell’8” seguono un corso di formazione. Il momento culminante della festa è la processione che sale dalla cattedrale a Notre-Dame de Fourvière, dove viene celebrata la Messa dei giovani, verso le ore 20.00.
Nelle chiese di Parigi, si osserva una presenza crescente di immigrati che modificano il volto delle parrocchie parigine. Questo accade anche a Lione?
Nella mia diocesi, vi sono una trentina di sacerdoti africani – studenti, sacerdoti in missione pastorale; quattro sono parroci. Si nota in loro la freschezza delle giovani Chiese; si danno senza risparmiarsi, come se volessero “svegliare” i cattolici di Francia, rivitalizzare situazioni assopite o invecchiate. Sono loro molto riconoscente. Per il suo dinamismo i giornalisti lo hanno soprannominato «Monseigneur 100.000 Volts». «La Chiesa è addormentata, io voglio svegliarla», disse arrivando a Lione 6 anni fa e ai giovani si rivolse con questo slogan: «Spegnete la Tv, accendete il Vangelo». Con l’abbé Pierre ha condiviso la battaglia per i senzatetto, Chirac lo nominò cavaliere della Legion d’onore e il presidente Sarkozy gli ha conferito il titolo di ufficiale dell’Ordre national du Mérite. Il cardinale ha voluto che la decorazione gli venisse consegnata da Kamel Kabtane, rettore della Grande Moschea di Lione. «Eminenza, lei è mio fratello», disse Kabtane nell’appuntargli la medaglia al petto, nella moschea stracolma di musulmani e cristiani. A Lione perfino un tema difficile come le conversioni dall’islam al cattolicesimo ha rappresentato finora un’occasione di confronto sereno. Ci spiega il cardinale: «Ogni anno nella mia diocesi ci sono da 80 a 100 adulti che chiedono il battesimo e tra questi una decina sono ex musulmani. C’è stato anche il caso di una coppia di sposi musulmani che si è convertita insieme e insieme ha ricevuto il battesimo».
«Un giorno Gaci (Azzedine Gaci, era rappresentante musulmano della provincia di Lione – NdR) che è algerino, ha visto una videocassetta sul martirio dei monaci di Tibhirine. Rimase molto impressionato della fine dei sette monaci trappisti rapiti trucidati nel ’96 dai fondamentalisti islamici. Lo colpì soprattutto la storia di frère Luc, il più anziano fra loro. Venne a trovarmi e mi disse: “Ciò che è successo a Tibhirine è orribile! Questo monaco era un medico, un vecchio che aveva dato tutta la sua vita all’Algeria, curava i musulmani gratuitamente. Il suo assassinio è uno scandalo”. Mi propose se volevo fare un pellegrinaggio con lui in Algeria per chiedere a Dio misericordia. Io chiesi: “La misericordia per chi?”. Mi rispose: “Non per i monaci, perché loro sono già in paradiso, ma per gli assassini, che sono ancora vivi e che non conosciamo. Se sono arrivati a decapitare i monaci, allora bisogna pregare perché Dio cambi il loro cuore e mostri la sua misericordia”. Io fui molto toccato e dissi: “Partiamo anche domani stesso”. Detto fatto: eravamo otto cattolici e otto musulmani. Siamo andati sulla tomba dei monaci e abbiamo pregato: lettura del Corano, lettura del Vangelo e silenzio. Poi abbiamo celebrato la Messa. Io ho detto: “Se volete, durante la Messa potete andare a prendere un caffè”. “No”, hanno risposto, “noi saremo alla Messa”. E hanno pregato insieme a noi per i monaci uccisi». (Jesus -7/2008)
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...